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ROMAGNA IN MOTO ALLA SORGENTE DEL FIUME USO

Questa tappa è sponsorizzata da

 Alla sorgente del fiume Uso – “C’è chi non sa dove andare e sta correndo per andarci subito.” Che forte Tonino Guerra, il meraviglioso cantore santarcangiolese che con la melodia del dialetto ha saputo raccontare anche a noi, suoi conterranei, i nostri luoghi e le nostre valli. La Bellezza (sì, con la B maiuscola) che ogni luogo, grande e piccolo, possiede se si hanno gli occhi e il cuore per vedere e che lui, con l’animo del grande Poeta (sì, anche Poeta con la P maiuscola), ha saputo più di ogni altro raccontare lasciandoci poesie, quadri e sculture (da non perdere ci raccomandiamo una visita al suo “Museo Tonino Guerra” sulle scalinate di via della Costa a Santarcangelo)  capaci di disegnare una sottile linea in grado di unire le valli del Marecchia, dell’Uso, del Savio e di aprire, agli occhi del viandante curioso e attento, grandi e piccole oasi di bellezza.

Noi, al contrario del viandante di Tonino, sappiamo dove andare. E proprio per questo non abbiamo fretta, anzi godiamo lentamente, quasi assaporandole, delle piccole gioie che gli stessi luoghi che hanno ispirato Tonino sanno regalare a chi abbia la buona ventura di visitarle.

Ed eccoci qui oggi a risalire il fiume Uso, uno dei corsi d’acqua che hanno segnato confini e diviso popoli, regalato prosperità e spezzato destini col furore delle proprie acque.

L’Uso è un fiume lungo 50 km. Più che un fiume un torrente, che nasce  alle pendici del monte di Perticara e scorre, ora qui ora là, tra le province di Forlì e Cesena per poi, rientrando in quella di Rimini, sfociare nel Mar Adriatico a Bellaria Igea Marina

Detto così potremmo anche chiudere qui il nostro racconto e salutarvi. Fortunatamente però dietro questa sintesi wikipediana si nasconde ben altro. Si nasconde la storia delle genti romagnole, della loro bellicosità, della loro protervia, e poi della laboriosità e della genialità che da sempre contraddistingue questo popolo, le nostre genti, temprato dalla vita e dalle vicissitudini della storia.

Un viaggio parte sempre da un inizio e il nostro è il porto che separa Bellaria da Igea marina, dal nome che a inizio ‘900 Vittorio Belli, riminese e medico, diede a un centro di villeggiatura progettato sulle dune sabbiose fra l’Uso e Torre Pedrera dedicato a Igea, figlia di Asclepio, dio della medicina, e alla balneoterapia. 

E’ su queste sponde che da sempre i pescatori ormeggiano le proprie barche così come ora, in attesa del momento propizio per uscire in mare, sulle banchine sono ben saldi all’ormeggio i propri pescherecci. Ed è da qui che inizia il nostro viaggio a ritroso alla scoperta del fiume Uso

Proseguiamo così per un tratto lungo gli argini dell’Uso per poi abbandonarlo momentaneamente all’altezza di quella che fu la Popilia, una delle più importanti consolari dirette verso il Nord fino ad Aquileia. Attraversata l’odierna e trafficata statale siamo ben presto assorbiti dalle suggestioni dell’entroterra romagnolo. La pianura Padana qui allunga gli ultimi lembi di terra prima di essere stritolata tra il monte e il mare, dove il San Bartolo gli sbarra il cammino. E subito Al di là della statale il primo incontro. E’ il Castello Benelli nella campagna di Bordonchio, nelle terre appartenute alla famiglia Torlonia. E’ qui, sui resti dell’antico Castrum Libani che il conte Pietro Spina nel XIX sec. fa costruire un castello. Un maniero che ricalca perfettamente lo stile di una dimora fortificata del quattrocento che oggi, abitata e in buone condizioni, appartiene alla famiglia Benelli.  Seppur nascosta dalla cortina di alti alberi, recintata e protetta da cani, non è male una sosta per ammirarne lo stile che rimanda ad un periodo della storia molto vivace per queste terre.

Riprendendo la via verso San Vito vogliamo riprendere con la moto lungo gli argini del fiume. Ma è seguendo l’istinto più che la cartina però che troviamo, svoltando a destra su via Donegallia, il ponte di pietra che, molto particolare, ci porta scavalcando il corso dell’Uso sull’argine opposto, da dove riprendiamo la corsa verso villa Torlonia. E’ strada bianca, moderatamente impegnativa nella guida, ma capace coi suoi silenzi d’immergerti nel microcosmo vivo e disordinato della nostra pianura, in paesaggi lineari, soffusi, ora avvolti dalle nebbie invernali o come oggi dal sole cocente, ma pieni di vita e d’armonia.

Da qui, proseguendo lungo sentieri dal fondo sterrato, in breve siamo alla vista della bellissima villa appartenuta alla famiglia dei principi di Torlonia, i cui possedimenti si allungavano sino all’entroterra riminese. La famiglia Torlonia era ricchissima, mercanti di tessuti e sarti a Roma, aprirono anche una banca e furono una delle ultime famiglie in Italia a essere insignita di titolo nobiliare. Qui resta la villa, detta anche “Torre di Giovedìa” o più semplicemente, come la chiamavano gli abitanti del luogo, la “Torre”. Per noi romagnoli rappresenta anche una nota emotiva e d’affetto per essere la testimonianza di un grandissimo poeta come Giovanni Pascoli, il cui padre, Ruggero, fu amministratore della tenuta sino alla tragica morte e che viene ricordata dal figlio ne“La cavallina storna”.

Proseguendo lungo la provinciale 13 bis, la vecchia via Emilia che in alcuni tratti sembra quasi ancor risuonare del rumore ritmato delle marce delle legioni romane, ci allunghiamo verso San Vito per un nuovo, entusiasmante incontro con la storia. Proprio dietro il campo sportivo, appena visibile dalla strada, spuntano infatti gli antichi resti di un ponte romano che, riemerso agli onori delle cronache da nuovi scavi archeologici, ha riacceso tra gli storici l’antica diatriba che ciclicamente si rinnova da secoli. Ciò che si perde nei campi dietro alla parrocchiale di San Vito, è sufficiente a riaccendere l’interrogativo: cosa ci fa perso nella campagna un ponte così ampio e possente così come testimonia la presenza dell’ultimo degli otto archi originali?  e che senso può avere la presenza di un’opera così importante – pensiamo che il ponte di Tiberio, che pur segna uscendo da Rimini l’inizio della via Emilia, è di “sole 5 arcate” – per superare quello che a tutti gli effetti è un torrente? Non potrebbe essere questo, il torrente Uso, il “vero” limes della Repubblica Romana che il 10 gennaio del 49 avanti Cristo Giulio Cesare di rientro dalla Gallia attraversa con le sue legioni per marciare contro una Roma che, divisa da lotte intestine, considerava il generale romano un nemico?

Come è noto fu un atto impositivo di Benito Mussolini a decretare nel 1933 quale tra i tre pretendenti (assieme all’Uso, il Pisciatello e il Fiumicino) fosse il “vero” Rubicone nel ponte romano che attraversa a Savignano il punto esatto in cui Cesare gettò il dado e cambiò la storia. ‘Alea iacta est !’.

Una decisione “definitiva”… ma solo all’apparenza perché ancor oggi storici e appassionati continuano a interrogarsi, indefessi nella ricerca di prove inconfutabili che avvallino le proprie tesi. Prove che qui, nella quiete di questa campagna romagnola probabilmente non troveranno mai così da poter prolungare all’infinito queste avvincenti discussioni.

E’ ancor colmi di queste suggestioni che dalla pianura iniziamo lungo la provinciale 13bis la salita verso i primi dolci declivi che ospitano uno dei borghi più belli della nostra provincia. Già da lontano adagiata sul morbido colle chiamato colle di Giove, Santarcangelo di Romagna mostra il proprio profilo di borgo fortificato medioevale da cui oltre al campanile si staglia la bellissima rocca malatestiana che da qualche giorno ha riaperto le sue porte al pubblico.  

Piazza Ganganelli, il grande arco trionfale in onore del concittadino Papa Clemente XIV, la Torre del Campanone, Porta Cervese, Piazza delle Monache, la Chiesa Collegiata, la Pieve di San Michele, lo Sferisterio sono le perle di questa città ricca di fascino entro cui con dolcezza possiamo passeggiare addentrandoci nelle piccole vie che risalgono verso la cima.

In basso, sfiorando il borgo, scorre l’Uso e seguendolo in breve si arriva a Poggio Berni e, poco prima all’imponente Palazzo Marcosanti, uno dei complessi fortilizi meglio conservati che incontreremo e che dal XIII sec. oggi arriva sino a noi nelle vesti di un agriturismo con annesso ristorante per la gioia di chi ama vivere nelle atmosfere medievali che in questa zona hanno visto avvicendarsi signorotti e grandi condottieri.

Proseguendo sulla SP13 finalmente la moto può lasciarsi andare al piacere delle curve, magari solo per evitare i gruppi di ciclisti che qui ci contendono cotanta bellezza. A sinistra ciò che resta del castello di Torriana e poco oltre quello di Montebello; a destra San Giovanni in Galilea verso cui varrebbe la pena arrampicarsi solo per godere dall’alto di un paesaggio unico e ancestrale. La strada si restringe mentre la valle si fa sempre più verde e selvaggia. Da Ponte Uso, piccola conca formata dalla biforcazione del fiume che qui riunisce i suoi due affluenti, inizia la risalita verso Montetiffi. E’ un piccolo borgo quello in cui dopo una serie di curve giungiamo, dove la meravigliosa poesia di queste terre si unisce a quella dell’abbazia benedettina. Costruita intorno all’anno Mille svetta da sopra la rupe dominando come la sentinella di un passato glorioso una vallata che da quassù incontra con lo sguardo l’inconfondibile profilo del monte Aquilone, la meta finale del nostro viaggio.

Tra Montetiffi e il monte Aquilone una valle incantata dove le tracce del passaggio della storia si confondono con le antiche vie dello zolfo che da tempo immemore dalle miniere di Perticara scendevano sino al mare o alla via Emilia. Una vera e propria epopea quella dei minatori di Perticara che troviamo splendidamente raccontata visitando il Museo Sulphur (www.museosulphur.it) e le vecchie miniere chiuse negli anni ‘60 anni.  “Un giorno di aprile del 1964. Gruppi di operai e minatori tristi e pensierosi sostano nei cantieri, in prossimità dei pozzi e delle discenderie preoccupati per il loro futuro. I rumori intorno a loro si fanno più fievoli, le officine e le falegnamerie lavorano ormai poco, in superficie arriva poco zolfo e i calcaroni stanno ultimando ormai gli ultimi cicli di fusione e tanti sono già vuoti e non saranno più riaccesi. L’allegria che fino a qualche tempo prima riempiva l’aria del fine turno ora è assente, i mormorii e molto nervosismo la fanno da padrone, tanti sono già partiti e quelli che ancora sono qui, per poco tempo ancora, sanno che prima o poi dovranno andarsene anche loro. I più fortunati sono i prepensionati, almeno loro possono rimanere in paese. Non è sempre stato così.”

provinciale 88 non prima però d’aver salutato il fiume che sotto Montetiffi ritroviamo seguendo le indicazioni per Ca’ del Ranco. Una passeggiata ASSOLUTAMENTE da non perdere, capace di portarci tra le atmosfere  di un ponte romanico costruito nel medioevo sotto cui, attraverso marmitte di bianco calcare, ritroviamo l’Uso. Si insinua, scava prolunga fino alla cascata che con un balzo di un a decina di metri  si getta nella forra sottostante, non prima però d’aver lambito un antico mulino: il molino Tornani testimone silenzioso della vita laboriosa delle genti dell’Uso e dell’importanza strategica di queste zone che oggi ci appaiono quasi magiche nel loro abbandono.

Lasciamo ora il letto del fiume, che continua la sua risalita verso la sorgente, per imboccare, svoltando a sinistra in direzione Talamello, uno dei percorsi che più amiamo di questo itinerario. Una strada bianca di crinale che dopo una salita a curve e tornanti ci porta sulla cima che separa la valle dell’Uso dalla Valmarecchia. Un incanto di colori, una vista mozzafiato che si allunga su ambo i lati seguendo con lo sguardo le valli sotto di noi. Già da lontano La rocca di San Leo e subito a fianco ciò che resta di quella di Maioletto. Laggiù lontano il Carpegna e dalla parte opposta il paese del formaggio di fossa, Sogliano. Davanti a noi il Monte Aquilone si avvicina e già si scorge la forra enorme che come un imbuto raccoglie l’acqua piovana che scendendo s’ingrosserà strada facendo per diventare in breve il torrente Uso.

Siamo giunti alla meta, occhi aperti, il cuore colmo perché “non è vero – come dice Tonino – che uno più uno fa sempre due; una goccia più una goccia fa una goccia più grande.” E attorno a noi sembra quasi di sentirla la sua voce mentre fluttua e sussurra nella brezza tiepida che scende dal monte Aquilone così come la vita che scorre tra i rivoli dell’Uso nella sua corsa infinita verso il mare.

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Informazioni per il viaggio
Dettagli percorso

Dalla foce alla sorgente del fiume Uso. In moto dentro la magia dell'entroterra riminese 

Note particolari
Km Percorsi

Le altre tappe del percorso

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